Ero al lavoro.
Io stavo lavorando. Più o meno quasi tranquilla.
Entra un ragazzo nel negozio e dopo pochi passi si ferma.
L’ho guardato in faccia un attimo, poi ho distolto lo sguardo come se fosse stato un chiunque.
Eppure dopo mezzo secondo qualcosa nel suo modo di sorridere e continuare a farlo fissandomi, mi riporta indietro.
Lo guardo meglio e realizzo che l’ho già visto.
Lo fisso.
Con una remota parte delle mie percezioni mi rendo conto che i miei occhi cambiano.
Mentre inizio a sorridergli stupefatta e quasi ebete la verità si impone cristallina in un angolo della mia mente.
Mentre tento di dire un ‘ciao’ che in realtà solo le mie labbra riescono a pronunciare, perchè la voce non mi esce, capisco che è il ragazzo che ho conosciuto in ospedale psichiatrico.
E’ il ragazzo che mi abbracciava davvero, compagno di sigarette, di minutate eterne eppure brevi di caffè in una sadica stanza a vetri immersa nel verde, dalla quale potevamo vedere il mondo e gli alberi e il sole, i prati, e anche la pioggia quando il cielo era triste pure lui per noi, senza poterne uscire, senza poter aprire una finestra.
E’ il ragazzo che ha bevuto troppe birre, che a un certo punto della sua vita ne deve aver avuto abbastanza pure lui e s’è perso come me.
Lui che voleva difendermi dai pazzi veri in quel posto di vita simulata, quel posto di pranzi e cene identici e intercambiabili, di tè prima di andare a dormire, camomille appena svegli, di ore passate a far passare le ore, di morte vivente e di vita morente, di gente morta da un pezzo e fantasmi che si aggrappano con le unghie, con i denti, con parole a caso, con il luccicore malato dei loro occhi folli, all’ultima briciola di vita che disperati possono ancora sperare di avere.
Lui che alla sera mi aiutava ad aspettare che arrivasse l’ora in cui ci sarebbe venuto il sonno delle medicine, il sonno stranito di chi non riesce più a vivere fuori da un posto che lo controlli e lo salvi da se stesso, mentre guardavamo i talk show della notte e fumavamo sigarette di contrabbando che ci eravamo nascosti nelle calze, anche se sforavano il numero di quelle concesse per la giornata.
Un ragazzo semplice dalla voce profonda e indecisa, un po’ impastata, dagli occhi buoni come la bontà stessa.

Tutto questo mi ha attraversato la mente nei cinque, forse sei secondi nei quali ci siamo sorrisi e guardati.
Poi lui passa avanti, si inoltra nel negozio e lo perdo, non lo vedo uscire.
Non l’ho visto più.

E’ stato come deve essere per un soldato incontrare dopo anni un suo ex commilitone, conosciuto quando ammazzava gente in Vietnam.
Qualcosa di indescrivibile, di fondamentalmente incomprensibile per chi in Vietnam o in guerra non c’è stato mai, di inconoscibile a livello viscerale, per chiunque, anche dotato di sensibilità intelligenza e buona volontà di capire.
Il legame innegabile e oggettivo che ci unisce trascende l’amicizia, trascende la conoscenza di vista, trascende l’amore, trascende qualsiasi cosa.
Io e lui ci siamo imbattuti l’uno nell’altra dentro a un posto dal quale la gente di solito non esce, un posto dove molte altre persone stavano da anni e dove probabilmente moriranno.
Rivederlo lì è stato come provare un pezzetto di vita dopo la morte.
Ero quasi riuscita a chiudere quella settimana in una parentesi che nella mia mente aveva ormai assunto i contorni del sogno.
Invece.
Rivederlo ha decretato una volta per sempre che è successo.
E’ successo tutto.
E’ successo davvero.
Che botta, cazzo.

 

E sapevamo che io in quel contesto non ero la me che ha conosciuto lui, e lui non era, in quel negozio, il lui che ho incontrato io. Oggi eravamo altri due, in un’altra vita, da un’altra parte.
Eppure tutti e due sapevamo che i noi passati, i noi da ospedale, i nostri noi sono ancora vivi, in bilico, pericolosi, vegeti dentro di noi, sappiamo che non moriranno e questo fa paura.
Ma non paura da incidente stradale, paura quella vera, quella che non ci puoi fare un cazzo e che non crepa mai, paura quella che è il colore dominante, la nota che si ripete ossessiva.
E sappiamo anche che i noi che abbiamo incontrato là dentro non avevano nulla da perdere, non hanno nulla da perdere, e quindi erano la cosa più onesta possibile, sono. I nostri noi originali.
Li abbiamo solo sepolti un pochino.
Per sopravvivere.

Poi la mia furba mente mi ha distolta.
Ha fatto bene.
E adesso non riesco nemmeno a rifletterci o a modellarlo, questo evento.
Non posso pensarci e dargli un senso.
E’ impossibile per me razionalizzarlo.
Non può che essere.