Gocce di notte in faccia
con la mente sottoterra e l’anima fra le stelle
indifferenti eterne bastarde irridenti.
Una vodka o due
non aiutano la mia bimba
la mia piccola innocente nascosta da qualche parte attendendo
l’indolore dondolìo dei minuti smilzi che silenziosi si succedono.

Pianoforte forte o piano mi culla e coccola mi
ferisce colpisce sferza
nel mio dolore originale incolore incollato in calore.
Incolore.

Primavera la aspetto o non so e sospetto
di essermela persa intarsiata di torsoli di mela
tarme e farse
giovanili quasi sincere.

Preghiere a vuoto sempre più rare
le ore che mi passano dentro e addosso
non posso ignorarle, parliamo.

Ignorante il mio umore calante mi domina
mina la mia amministrazione d’energie e le voglie
veglie,
ma coglie impreparata la mia essenza,
demenza
impregna i rapporti
gli scambi contorti
di senso e sensi
fluidi
annessi e connessi
conseguenze che non so
affrontare, essenzialmente.

Cerco di conciliare le due anime
(due o quattro)
che fra loro si impattano scontrano
scontano la bellezza che impongono
parziali.
Marziali
marziane.
Anziane.

Sono seduta da sola all’ora di pranzo, in un sushi bar  gestito da italiani e cuochi filippini; dove tutto l’arredamento si sforza all’estremo di sembrare di design raffinato, invano. Si vede che è soltanto plastica prodotta in serie.

Guardo fuori dalla vetrina dietro cui sono seduta (anche se personalmente il fatto di mangiare seduta in vetrina mi schifa e trovo la cosa a dir poco di cattivo gusto, ma i posti liberi sono tutti lì).

Guardo il marciapiede stanco e decrepito investito da un sole beffardo, percorso da persone concitate che chiacchierano insieme, probabilmente di shopping, camminando velocemente per sfruttare al massimo quella preziosa manciata di minuti che è loro concessa per la pausa pranzo, prima di tornare con i vestiti alla moda e le borse firmate nei loro loculi di uffici, a scontare il resto della pena prevista per la giornata.

Prendo le bacchette di legno incollate all’estremità e le stacco l’una dall’altra.

Ovviamente si spezzano male, come al solito.

I maki e i nigiri mi guardano strafottenti dal loro vassoio di plastica e tutto ciò che mi circonda ha l’aria pienamente consapevole di essere meglio di me, tutto mi guarda dall’alto in basso. Perfino in un posto impersonale come questo, e ciò mi fa incazzare.

Fingo noncuranza per impedire all’ansia di avvelenarmi il pranzo.

E mentre immergo il primo pezzo di sushi nella soia rovinando la liscia superficie liquida, vengo sommersa dalla memoria.

 

Un altro sushi bar della stessa catena, un altro giorno, un’altra me. Probabilmente un’altra vita, mille anni fa.

Noi seduti al tavolo coi capelli indisciplinati da letto, la voce ancora impastata dopo un sonno saporito di undici ore speso nudi, abbracciandoci la schiena a vicenda in un groviglio impossibile di braccia, insieme come se al mondo non importassimo che noi, come se il tempo non avesse il diritto di scorrere senza il nostro permesso e la gioia non potesse esistere se non eravamo noi a provarla.

Come se fosse adesso, percepisco vivida la silenziosa e serena complicità del nostro starcene lì a scoprire ogni dettaglio del menu, sentendoci i padroni del locale e facendo finta di bisticciare sui nomi dei piatti.

Poi è arrivata quella montagna di tempura che non saremmo mai riusciti a finire; e ci siamo guardati all’unisono con occhi divertiti, ironici e un po’ colpevoli, con quella scintilla nello sguardo che mi faceva impazzire di noi.

Mentre mangio velocemente i miei quattro squallidi pezzi di sushi, incapace di godermi il sapore, si incatena al primo una serie di altri flash.

Una tenda al mare di notte, l’ennesima discussione, io tutta in subbuglio che esco piangendo a piedi nudi nell’erba e tu che mi vieni dietro urlandomi contro, e ti incazzi ancora di più perché sono in costume, geloso folle di chiunque possa vedermi nonostante ci sia un buio pesto e dormano tutti, senza preoccuparti del volume della tua voce che potrebbe facilmente svegliare tutto il campeggio.

Testone come un mulo.

Come me.

E poi dico qualcosa, allora mi abbracci e mi baci; facciamo la pace e quando abbiamo finito accendiamo una candela al caffè all’entrata della tenda, fumiamo una sigaretta in silenzio, con la notte fragrante che ci accarezza e ci scivola addosso.

In Liguria tu che mi porti la colazione a letto, svegliandomi dentro una mattina di sole, azzurro e lenzuola bianche di bucato che fanno male gli occhi a guardarle.

Hai un sorrisone che potrebbe essere quasi ebete se non fosse così dolce, mi offri un vassoio con un piatto di focaccia, il caffè e una rosa rossa.

E io incredula che mi metto a mangiare col tuo odore ancora tutto addosso e i tuoi occhi persi piantati nei miei.

Ti rivedo nitido, oltrepassando con lo sguardo il vetro che mi sta davanti e sfondando la realtà, dopo che ti ho detto che non ce la faccio più e voglio lasciarti.

Ti vedo che piangi singhiozzando e nello stesso tempo cerchi goffamente di controllarti, rigido, mentre fuori piove a dirotto, e mi abbracci come se mi dovessi incorporare dentro di te per semplice pressione.
E io che rimango impassibile dietro tutte le mie lacrime, che mi impedisco di cedere per poi arrivare a casa e lasciarmi dilaniare dal dolore e dall’amarezza.
 

La mia testa protestando mi sbatte fuori in mezzo secondo, mi scaraventa nel presente: è troppo.

Ho finito di mangiare non so da quanto, un minuto o forse venti. Le persone intorno a me sono cambiate, i clienti che c’erano se ne sono andati e ne sono arrivati altri, facce diverse eppure stranamente identiche in qualche modo.

Appena metto il piede in strada cominciano a scendermi lacrime inverosimilmente fredde.

Fanno a pugni con il sole caldo che si impone sul mio volto.

La pausa pranzo è finita, mi dirigo verso la scuola, aumentando il passo per adattarlo a quello della città, in mezzo alla gente.

Con la mia piccola morte dentro. 

Vorrei essere Eva Green
ed avere un gemello come Louis Garrèl.

Vorrei avere i capelli lunghi
ed essere femmina in un modo
convenzionale
avere una sensualità pura e naturale.
Non contorta com’è.

Quando me ne sarò andata via
ricordati che io
ero qui.

Ero qui per ridere e discutere.
Ero qui per piangere e scherzare.
Ero qui per scrivere
e per sempre
per amare.

Vorrei aver avuto il coraggio di vivere
i miei sedici anni
e comunque sempre
di vivere.
Vorrei aver avuto
l’energia di crescere.

Perchè tutto quello che ho sono i segreti
e la gioia momentanea.
Tutto quello che possiedo
è me stessa.

Vorrei avere una femminilità spontanea
e spudorata
spiritosa.
Come quella che riesco ad avere
quando sono ubriaca.

Sei tutto
sopra di me
dentro.
Un’altra me.

Appesa a questa città
brucio i miei vestiti
seppellisco le mie paure.
E nessuno saprà
che io ero qui.

Adesso è diverso il mio suono
lo shock
cercavo solo di scioccare.
Perchè tutto quello che ho sono segreti
e ricordi stupendi.

E la pioggia mi brucia ancora.

Me ne andrò da un momento all’altro.
E vedrò il cielo scomparire.
La luce del sole nello specchio.
La luce del sole nello specchio
dentro insieme
a me
che mi brucia il cuore.
Giacerò un minuto
per ogni anno.
E sarò
un’altra me.

Vorrei aver avuto il coraggio di vivere.

Ero al lavoro.
Io stavo lavorando. Più o meno quasi tranquilla.
Entra un ragazzo nel negozio e dopo pochi passi si ferma.
L’ho guardato in faccia un attimo, poi ho distolto lo sguardo come se fosse stato un chiunque.
Eppure dopo mezzo secondo qualcosa nel suo modo di sorridere e continuare a farlo fissandomi, mi riporta indietro.
Lo guardo meglio e realizzo che l’ho già visto.
Lo fisso.
Con una remota parte delle mie percezioni mi rendo conto che i miei occhi cambiano.
Mentre inizio a sorridergli stupefatta e quasi ebete la verità si impone cristallina in un angolo della mia mente.
Mentre tento di dire un ‘ciao’ che in realtà solo le mie labbra riescono a pronunciare, perchè la voce non mi esce, capisco che è il ragazzo che ho conosciuto in ospedale psichiatrico.
E’ il ragazzo che mi abbracciava davvero, compagno di sigarette, di minutate eterne eppure brevi di caffè in una sadica stanza a vetri immersa nel verde, dalla quale potevamo vedere il mondo e gli alberi e il sole, i prati, e anche la pioggia quando il cielo era triste pure lui per noi, senza poterne uscire, senza poter aprire una finestra.
E’ il ragazzo che ha bevuto troppe birre, che a un certo punto della sua vita ne deve aver avuto abbastanza pure lui e s’è perso come me.
Lui che voleva difendermi dai pazzi veri in quel posto di vita simulata, quel posto di pranzi e cene identici e intercambiabili, di tè prima di andare a dormire, camomille appena svegli, di ore passate a far passare le ore, di morte vivente e di vita morente, di gente morta da un pezzo e fantasmi che si aggrappano con le unghie, con i denti, con parole a caso, con il luccicore malato dei loro occhi folli, all’ultima briciola di vita che disperati possono ancora sperare di avere.
Lui che alla sera mi aiutava ad aspettare che arrivasse l’ora in cui ci sarebbe venuto il sonno delle medicine, il sonno stranito di chi non riesce più a vivere fuori da un posto che lo controlli e lo salvi da se stesso, mentre guardavamo i talk show della notte e fumavamo sigarette di contrabbando che ci eravamo nascosti nelle calze, anche se sforavano il numero di quelle concesse per la giornata.
Un ragazzo semplice dalla voce profonda e indecisa, un po’ impastata, dagli occhi buoni come la bontà stessa.

Tutto questo mi ha attraversato la mente nei cinque, forse sei secondi nei quali ci siamo sorrisi e guardati.
Poi lui passa avanti, si inoltra nel negozio e lo perdo, non lo vedo uscire.
Non l’ho visto più.

E’ stato come deve essere per un soldato incontrare dopo anni un suo ex commilitone, conosciuto quando ammazzava gente in Vietnam.
Qualcosa di indescrivibile, di fondamentalmente incomprensibile per chi in Vietnam o in guerra non c’è stato mai, di inconoscibile a livello viscerale, per chiunque, anche dotato di sensibilità intelligenza e buona volontà di capire.
Il legame innegabile e oggettivo che ci unisce trascende l’amicizia, trascende la conoscenza di vista, trascende l’amore, trascende qualsiasi cosa.
Io e lui ci siamo imbattuti l’uno nell’altra dentro a un posto dal quale la gente di solito non esce, un posto dove molte altre persone stavano da anni e dove probabilmente moriranno.
Rivederlo lì è stato come provare un pezzetto di vita dopo la morte.
Ero quasi riuscita a chiudere quella settimana in una parentesi che nella mia mente aveva ormai assunto i contorni del sogno.
Invece.
Rivederlo ha decretato una volta per sempre che è successo.
E’ successo tutto.
E’ successo davvero.
Che botta, cazzo.

 

E sapevamo che io in quel contesto non ero la me che ha conosciuto lui, e lui non era, in quel negozio, il lui che ho incontrato io. Oggi eravamo altri due, in un’altra vita, da un’altra parte.
Eppure tutti e due sapevamo che i noi passati, i noi da ospedale, i nostri noi sono ancora vivi, in bilico, pericolosi, vegeti dentro di noi, sappiamo che non moriranno e questo fa paura.
Ma non paura da incidente stradale, paura quella vera, quella che non ci puoi fare un cazzo e che non crepa mai, paura quella che è il colore dominante, la nota che si ripete ossessiva.
E sappiamo anche che i noi che abbiamo incontrato là dentro non avevano nulla da perdere, non hanno nulla da perdere, e quindi erano la cosa più onesta possibile, sono. I nostri noi originali.
Li abbiamo solo sepolti un pochino.
Per sopravvivere.

Poi la mia furba mente mi ha distolta.
Ha fatto bene.
E adesso non riesco nemmeno a rifletterci o a modellarlo, questo evento.
Non posso pensarci e dargli un senso.
E’ impossibile per me razionalizzarlo.
Non può che essere.

Ero al lavoro.
Io stavo lavorando. Più o meno quasi tranquilla.
Entra un ragazzo nel negozio e dopo pochi passi si ferma.
L’ho guardato in faccia un attimo, poi ho distolto lo sguardo come se fosse stato un chiunque.
Eppure dopo mezzo secondo qualcosa nel suo modo di sorridere e continuare a farlo fissandomi, mi riporta indietro.
Lo guardo meglio e realizzo che l’ho già visto.
Lo fisso.
Con una remota parte delle mie percezioni mi rendo conto che i miei occhi cambiano.
Mentre inizio a sorridergli stupefatta e quasi ebete la verità si impone cristallina in un angolo della mia mente.
Mentre tento di dire un ‘ciao’ che in realtà solo le mie labbra riescono a pronunciare, perchè la voce non mi esce, capisco che è il ragazzo che ho conosciuto in ospedale psichiatrico.
E’ il ragazzo che mi abbracciava davvero, compagno di sigarette, di minutate eterne eppure brevi di caffè in una sadica stanza a vetri immersa nel verde, dalla quale potevamo vedere il mondo e gli alberi e il sole, i prati, e anche la pioggia quando il cielo era triste pure lui per noi, senza poterne uscire, senza poter aprire una finestra.
E’ il ragazzo che ha bevuto troppe birre, che a un certo punto della sua vita ne deve aver avuto abbastanza pure lui e s’è perso come me.
Lui che voleva difendermi dai pazzi veri in quel posto di vita simulata, quel posto di pranzi e cene identici e intercambiabili, di tè prima di andare a dormire, camomille appena svegli, di ore passate a far passare le ore, di morte vivente e di vita morente, di gente morta da un pezzo e fantasmi che si aggrappano con le unghie, con i denti, con parole a caso, con il luccicore malato dei loro occhi folli, all’ultima briciola di vita che disperati possono ancora sperare di avere.
Lui che alla sera mi aiutava ad aspettare che arrivasse l’ora in cui ci sarebbe venuto il sonno delle medicine, il sonno stranito di chi non riesce più a vivere fuori da un posto che lo controlli e lo salvi da se stesso, mentre guardavamo i talk show della notte e fumavamo sigarette di contrabbando che ci eravamo nascosti nelle calze, anche se sforavano il numero di quelle concesse per la giornata.
Un ragazzo semplice dalla voce profonda e indecisa, un po’ impastata, dagli occhi buoni come la bontà stessa.

Tutto questo mi ha attraversato la mente nei cinque, forse sei secondi nei quali ci siamo sorrisi e guardati.
Poi lui passa avanti, si inoltra nel negozio e lo perdo, non lo vedo uscire.
Non l’ho visto più.

E’ stato come deve essere per un soldato incontrare dopo anni un suo ex commilitone, conosciuto quando ammazzava gente in Vietnam.
Qualcosa di indescrivibile, di fondamentalmente incomprensibile per chi in Vietnam o in guerra non c’è stato mai, di inconoscibile a livello viscerale, per chiunque, anche dotato di sensibilità intelligenza e buona volontà di capire.
Il legame innegabile e oggettivo che ci unisce trascende l’amicizia, trascende la conoscenza di vista, trascende l’amore, trascende qualsiasi cosa.
Io e lui ci siamo imbattuti l’uno nell’altra dentro a un posto dal quale la gente di solito non esce, un posto dove molte altre persone stavano da anni e dove probabilmente moriranno.
Rivederlo lì è stato come provare un pezzetto di vita dopo la morte.
Ero quasi riuscita a chiudere quella settimana in una parentesi che nella mia mente aveva ormai assunto i contorni del sogno.
Invece.
Rivederlo ha decretato una volta per sempre che è successo.
E’ successo tutto.
E’ successo davvero.
Che botta, cazzo.

 

E sapevamo che io in quel contesto non ero la me che ha conosciuto lui, e lui non era, in quel negozio, il lui che ho incontrato io. Oggi eravamo altri due, in un’altra vita, da un’altra parte.
Eppure tutti e due sapevamo che i noi passati, i noi da ospedale, i nostri noi sono ancora vivi, in bilico, pericolosi, vegeti dentro di noi, sappiamo che non moriranno e questo fa paura.
Ma non paura da incidente stradale, paura quella vera, quella che non ci puoi fare un cazzo e che non crepa mai, paura quella che è il colore dominante, la nota che si ripete ossessiva.
E sappiamo anche che i noi che abbiamo incontrato là dentro non avevano nulla da perdere, non hanno nulla da perdere, e quindi erano la cosa più onesta possibile, sono. I nostri noi originali.
Li abbiamo solo sepolti un pochino.
Per sopravvivere.

Poi la mia furba mente mi ha distolta.
Ha fatto bene.
E adesso non riesco nemmeno a rifletterci o a modellarlo, questo evento.
Non posso pensarci e dargli un senso.
E’ impossibile per me razionalizzarlo.
Non può che essere.

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