Sono seduta da sola all’ora di pranzo, in un sushi bar gestito da italiani e cuochi filippini; dove tutto l’arredamento si sforza all’estremo di sembrare di design raffinato, invano. Si vede che è soltanto plastica prodotta in serie.
Guardo fuori dalla vetrina dietro cui sono seduta (anche se personalmente il fatto di mangiare seduta in vetrina mi schifa e trovo la cosa a dir poco di cattivo gusto, ma i posti liberi sono tutti lì).
Guardo il marciapiede stanco e decrepito investito da un sole beffardo, percorso da persone concitate che chiacchierano insieme, probabilmente di shopping, camminando velocemente per sfruttare al massimo quella preziosa manciata di minuti che è loro concessa per la pausa pranzo, prima di tornare con i vestiti alla moda e le borse firmate nei loro loculi di uffici, a scontare il resto della pena prevista per la giornata.
Prendo le bacchette di legno incollate all’estremità e le stacco l’una dall’altra.
Ovviamente si spezzano male, come al solito.
I maki e i nigiri mi guardano strafottenti dal loro vassoio di plastica e tutto ciò che mi circonda ha l’aria pienamente consapevole di essere meglio di me, tutto mi guarda dall’alto in basso. Perfino in un posto impersonale come questo, e ciò mi fa incazzare.
Fingo noncuranza per impedire all’ansia di avvelenarmi il pranzo.
E mentre immergo il primo pezzo di sushi nella soia rovinando la liscia superficie liquida, vengo sommersa dalla memoria.
Un altro sushi bar della stessa catena, un altro giorno, un’altra me. Probabilmente un’altra vita, mille anni fa.
Noi seduti al tavolo coi capelli indisciplinati da letto, la voce ancora impastata dopo un sonno saporito di undici ore speso nudi, abbracciandoci la schiena a vicenda in un groviglio impossibile di braccia, insieme come se al mondo non importassimo che noi, come se il tempo non avesse il diritto di scorrere senza il nostro permesso e la gioia non potesse esistere se non eravamo noi a provarla.
Come se fosse adesso, percepisco vivida la silenziosa e serena complicità del nostro starcene lì a scoprire ogni dettaglio del menu, sentendoci i padroni del locale e facendo finta di bisticciare sui nomi dei piatti.
Poi è arrivata quella montagna di tempura che non saremmo mai riusciti a finire; e ci siamo guardati all’unisono con occhi divertiti, ironici e un po’ colpevoli, con quella scintilla nello sguardo che mi faceva impazzire di noi.
Mentre mangio velocemente i miei quattro squallidi pezzi di sushi, incapace di godermi il sapore, si incatena al primo una serie di altri flash.
Una tenda al mare di notte, l’ennesima discussione, io tutta in subbuglio che esco piangendo a piedi nudi nell’erba e tu che mi vieni dietro urlandomi contro, e ti incazzi ancora di più perché sono in costume, geloso folle di chiunque possa vedermi nonostante ci sia un buio pesto e dormano tutti, senza preoccuparti del volume della tua voce che potrebbe facilmente svegliare tutto il campeggio.
Testone come un mulo.
Come me.
E poi dico qualcosa, allora mi abbracci e mi baci; facciamo la pace e quando abbiamo finito accendiamo una candela al caffè all’entrata della tenda, fumiamo una sigaretta in silenzio, con la notte fragrante che ci accarezza e ci scivola addosso.
In Liguria tu che mi porti la colazione a letto, svegliandomi dentro una mattina di sole, azzurro e lenzuola bianche di bucato che fanno male gli occhi a guardarle.
Hai un sorrisone che potrebbe essere quasi ebete se non fosse così dolce, mi offri un vassoio con un piatto di focaccia, il caffè e una rosa rossa.
E io incredula che mi metto a mangiare col tuo odore ancora tutto addosso e i tuoi occhi persi piantati nei miei.
Ti rivedo nitido, oltrepassando con lo sguardo il vetro che mi sta davanti e sfondando la realtà, dopo che ti ho detto che non ce la faccio più e voglio lasciarti.
Ti vedo che piangi singhiozzando e nello stesso tempo cerchi goffamente di controllarti, rigido, mentre fuori piove a dirotto, e mi abbracci come se mi dovessi incorporare dentro di te per semplice pressione.
E io che rimango impassibile dietro tutte le mie lacrime, che mi impedisco di cedere per poi arrivare a casa e lasciarmi dilaniare dal dolore e dall’amarezza.
La mia testa protestando mi sbatte fuori in mezzo secondo, mi scaraventa nel presente: è troppo.
Ho finito di mangiare non so da quanto, un minuto o forse venti. Le persone intorno a me sono cambiate, i clienti che c’erano se ne sono andati e ne sono arrivati altri, facce diverse eppure stranamente identiche in qualche modo.
Appena metto il piede in strada cominciano a scendermi lacrime inverosimilmente fredde.
Fanno a pugni con il sole caldo che si impone sul mio volto.
La pausa pranzo è finita, mi dirigo verso la scuola, aumentando il passo per adattarlo a quello della città, in mezzo alla gente.
Con la mia piccola morte dentro.